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lunedì 7 agosto 2023

Sei un bullo o un amico per te stesso?

 

“L’amicizia verso se stessi è importante, perché senza di essa non si può essere amici di nessun altro al mondo”. (Eleanor Roosevelt)

Quando non siamo pienamente consapevoli di ciò che abitualmente diciamo a noi stessi, accade che in maniera del tutto automatica una sequenza di auto-affermazioni di tipo negativo e critico emergano e si colleghino l’una all’altra formando un dialogo interno spesso impulsivo, polemico, anche aggressivo e manipolatorio.

Questo avviene proprio quando avremmo maggiormente bisogno di un aiuto, ovvero quando un particolare evento (interno o esterno) tocca un nostro “punto debole”, una nostra antica ferita, risvegliando una parte di noi   che in passato ha già sofferto e che rivive, nel momento presente, lo stesso dolore. La nostra voce interna, invece di essere amichevole ed incoraggiante, diventa quella di un bullo che ci affossa, ci elenca tutto gli errori che abbiamo fatto, ci giudica e prevede per noi soltanto fallimenti.

➨Proviamo a riflettere innanzitutto su quali siano le caratteristiche che tendiamo a vedere in modo negativo in noi stessi e per le quali, dentro di noi, ci critichiamo costantemente.

➨Scriviamo alcune delle frasi che, proprio come un bullo, utilizziamo per auto-aggredirci e giudicarci: prendiamo consapevolezza del tono della nostra voce interna, cerchiamo di essere accurati nel riportare ciò che ci diciamo. Facciamo attenzione a quali aggettivi usiamo, a come ci auto-definiamo.

➨Ora proviamo ad immaginare: se sentissimo rivolgere queste critiche e questi giudizi spietati ad un nostro caro amico, cosa diremmo? E se qualcuno che ci vuole bene sentisse rivolgere le stesse frasi a noi, come interverrebbe? Con quali parole, con quale atteggiamento?

➨Possiamo formulare a noi stessi una promessa, ovvero quella di trasformare il nostro dialogo interno da prepotente e critico ad amichevole e gentile? (Proviamo a scrivere questa promessa e conserviamola).

➨Riflettiamo infine su quali siano le parole, il tono, le emozioni a cui dobbiamo prestare attenzione per mantenere questa promessa con noi stessi e, giorno per giorno, imparare a parlarci come farebbe qualcuno che ci ama.

 (Fonte: The Self-Love Workbook. A life-changing guide to boost self-esteem, recognize your worth and find genuine happiness, di Shainna Ali)


 

venerdì 22 maggio 2020



Ricordi? Prima che qualcosa si rompesse c'eri tu... Una bambina che stava bene con tutti, un bambino che aveva sempre voglia di cercare i compagni per giocare. C'eri tu che non sapevi cosa volesse dire sentirsi fuori posto, che avevi fiducia e pensavi che tutti sono uguali e hanno bisogno di un amico, proprio tutti allo stesso modo: quelli allegri e quelli che se ne stanno sempre un po' da una parte, quelli che hanno una famiglia felice e quelli che invece a casa se la passano male, e preferirebbero stare altrove.
Per te nessuno era sbagliato, e nemmeno tu ti sentivi così. Sapevi ascoltare, ma ti piaceva anche scherzare e non ti facevi mai problemi ad avvicinare qualcuno... E a volte ti trovavi meglio proprio con chi, dagli altri, era tenuto un po' a distanza.

...Poi i "grandi" hanno iniziato a dirti che così non andava bene, che li stavi facendo preoccupare; che non era questo che si aspettavano da te, e che certe amicizie era meglio non averle. Che rischiavi di finire chissà come... Tu, a cui dicevano sempre che il tuo bello era proprio che sapevi andare incontro a tutti i tipi di persone, che non avevi filtri.
E in effetti, dato che ti fidavi davvero di quello che gli altri dicevano, specialmente i tuoi genitori, hai iniziato a pensare che probabilmente era così: eri sbagliata, eri sbagliato... Tu. Quello che facevi non andava bene: qualcuno avrebbe potuto portarti sulla cattiva strada, o approfittarsi di te...

Eppure volevi solo stare con gli altri. Volevi semplicemente essere ciò che eri, non certamente metterti nei guai. Ma hai cominciato a startene un po' più per conto tuo, per sicurezza... E ad aspettare che fosse sempre qualcun altro a cercare te. E quando non succedeva ci restavi ancora più male, e ti dicevi che forse davvero, allora, avevi qualcosa che non andava, che non eri come gli altri, che solo pochissime persone potevano capire come ti sentivi. E quel pensiero te lo sei portato dietro, fino ad oggi. Come un peso sulla schiena, che spesso ti rende triste.

Ma ricorda che eri tu quella bambina, quel bambino che stava sempre bene con gli altri, che sapeva trovare in ciascuno qualcosa di bello... Parlale, parlagli e diglielo, che non faceva niente di sbagliato, e che forse a volte il problema è che gli adulti si preoccupano troppo, e non sanno più vedere certe cose. Non sanno più riconoscere l'amicizia, e hanno paura di chi è un po' diverso.

Abbraccia quella bambina, quel bambino... E digli che va bene così com'è, che può scegliere, che può fidarsi, che può provare e magari anche correre dei rischi, che può giocare ed essere come desidera... Che può farlo anche oggi, come faceva allora, e non c'è proprio niente di sbagliato in questo.


lunedì 27 febbraio 2017

Alla ricerca della perfezione



Diversi autori hanno provato a fornire una definizione di perfezionismo, descrivendolo di volta in volta come:


  • la tirannia dei devo,
  • l'abitudine di richiedere a se stessi oppure agli altri un livello di prestazione più elevato di quello effettivamente richiesto dalla situazione,
  • l'avere standard che vanno oltre le proprie possibilità, che corrispondono ad obiettivi impossibili,
  • la tendenza a credere che per ogni problema esista una soluzione perfetta,
  • la convinzione che sia possibile agire senza compiere errori e che anche un minimo errore possa avere conseguenze molto gravi.


Il perfezionismo clinico, ovvero quello che arreca un disagio significativo nella vita quotidiana delle persone e non si riduce all'essere tendenzialmente ordinati e precisi, è stato definito (ad es. da Shafran e colleghi) come un'eccessiva dipendenza della valutazione di sé dall'inseguimento e dal raggiungimento di standard personali esigenti e autoimposti in almeno un dominio altamente saliente nonostante le conseguenze avverse.

Cosa significa questo?
  • Le persone perfezioniste, valutando se stesse a partire da un singolo ambito (dominio), rischiano che, qualora non riuscissero a raggiungere i loro standard troppo elevati, possa crollare il loro intero sistema di autovalutazione; va poi sottolineato che in alcuni domini è effettivamente impossibile avere risultati sempre positivi (per es. nello sport), e che concentrandosi su un solo campo questi soggetti riducono l'orizzonte dei propri interessi, rinunciando ad investire in altri ambiti importanti per la propria vita.
  • Le conseguenze negative del perfezionismo (isolamento, ansia, limitazione delle attività piacevoli, stanchezza, tensione muscolare, scarsa concentrazione, bassa autostima ecc.) vengono "sopportate" perché in qualche modo rappresentano per la persona una prova dello sforzo effettuato per raggiungere gli standard.
  • I suggerimenti degli altri in merito alla necessità di riposarsi e di "accontentarsi" vengono ignorati, e si continua necessariamente a perseguire gli standard che ci si è autoimposti.
  • Gli standard non sono solo molto esigenti, ma vengono via via innalzati.
  • Per la persona perfezionista non è importante solo il raggiungimento dell'obiettivo, ma anche e sempre la quantità d'impegno posto nell'inseguire la meta; se un determinato ambito non richiede un grande impegno, questo è senz'altro poco attraente.
  • Gli standard elevati vengono applicati ad ambiti di vita che hanno un particolare significato, una rilevanza per quel soggetto, non a tutti gli ambiti in maniera indiscriminata (possiamo così avere per esempio casi di persone esigenti in maniera assoluta sul lavoro, ma completamente disinteressate/trascurate in ambito domestico).
Vi riconoscete in qualche aspetto, o conoscete qualcuno che ha queste caratteristiche?