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martedì 28 novembre 2023

Scrivere una lettera compassionevole

 

Con il permesso accordatomi dall’autore, desidero condividere con voi che leggete il “compito a casa” affidato ad un paziente (giunto ad una svolta importante e positiva nel suo percorso terapeutico), la stesura di una lettera compassionevole a se stesso.

Nella Compassion Focused Therapy ritroviamo diversi esercizi e pratiche che hanno come finalità lo sviluppo del proprio Sé compassionevole, e delle qualità che lo caratterizzano: forza e coraggio, capacità di non giudicare (saggezza), desiderio di aiutare e fare del bene.

Scrivere a se stessi una lettera compassionevole può significare mettersi inizialmente nei panni di un amico, o di una “figura compassionevole” che ci scrive, per poi arrivare a lasciar parlare il proprio Sé compassionevole, se questo è sufficientemente sviluppato.

È importante che la lettera contenga e trasmetta al suo destinatario validazione, comprensione e accettazione (evitando la critica o il dispensare consigli/suggerimenti).

 

 

Ecco la lettera compassionevole di Fabio:

 

 “Ciao Fabio.

So che hai passato e forse passerai ancora dei momenti molto bui. Più che momenti periodi, pezzi di vita.

Nonostante ciò non devi mai credere di avere minimamente colpa di tutto ciò.

Le cose, sia belle che brutte, accadono, e noi non possiamo farci nulla.

Spesso sei troppo severo con te stesso, colpevolizzandoti per colpe che non hai.

Non hai mai scelto tu di avere il DOC. La cosa che più conta è avere sempre la forza per contrastarlo e andare avanti con la tua vita.

Hai già dimostrato più volte di potercela fare: sei più forte di quanto credi.

Non perdere mai la speranza. Ho in te profonda fiducia, rispetto e ti stimo.

Ti voglio bene.”


 

mercoledì 3 giugno 2015

E' DOC?



Una video-lezione di Natascha M. Santos sui "miti" legati al disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), molto chiara e interessante:



lunedì 30 giugno 2014

Preoccupazioni, rimuginazioni, ossessioni





Come avviene per l'ansia, la quale in origine ha per noi tutti una funzione adattiva, e perciò positiva (ci porta a focalizzare la nostra attenzione su un determinato problema che dobbiamo risolvere), la cosiddetta "preoccupazione" favorisce la concentrazione su qualcosa che per noi è importante affrontare in un dato momento. Preoccuparci aumenta la nostra soglia di vigilanza e ci "aiuta" perciò a prevedere e successivamente fronteggiare, qualora si presentino, eventuali pericoli e/o rischi.



Talvolta, però, la preoccupazione può protrarsi andando ben al di là del suo ruolo adattivo, diventando incontrollabile o percepita come tale dalla persona che la sperimenta. In certi casi, si arriva ad "arrendersi" di fronte a questo fenomeno e la preoccupazione ansiosa diventa di fatto come una sorta di abitudine, per quanto sterile e dannosa sia: chi non riesce a smettere di preoccuparsi (o non prova neanche più a smettere) sperimenta una continua interferenza nelle proprie attività, compresi tra queste i tentativi di risoluzione dei problemi che sono oggetto della stessa preoccupazione (si ottiene esattamente l'effetto opposto rispetto all'intento originario).

C'è una differenza fondamentale tra le preoccupazioni appena descritte e le ossessioni propriamente dette, per quanto il livello di disagio percepito dalla persona che ha a che fare con queste problematiche possa essere ugualmente intenso: nel primo caso ci riferiamo infatti a pensieri che, pur essendo "eccessivi" per quantità e qualità, sono in linea con le credenze ed il sistema di valori dell'individuo (in termine tecnico, le proccupazioni ansiose sono "egosintoniche"); nel secondo caso, al contrario, si tratta di pensieri che la persona vive come estranei e dissonanti rispetto a sé (le ossessioni sono "egodistoniche").





Un'altra distinzione che possiamo fare è quella tra preoccupazioni (rivolte sempre al futuro) e rimuginazioni (rivolte al passato): tutti, in effetti, tendiamo a "rimuginare" su determinate esperienze, particolarmente cariche dal punto di vista emotivo. "Riviviamo" immagini, parole, sensazioni... A volte questo processo dura solo qualche minuto, a volte molto di più, anche dei mesi. Talvolta ricaviamo da tale attività qualche riflessione o conclusione che può tornarci utile, ma molto più spesso il pensiero tende ad avvitarsi su se stesso e, come avevamo visto accadere per le preoccupazioni (e questa è una caratteristica comune) si annulla la resistenza del soggetto, esattamente il contrario di quanto avviene con le ossessioni (che sono disturbanti, ancor più che per la loro intrusività, a causa dello sforzo che la persona compie nel tentativo di eliminarle).




Ci sono diverse tipologie di "esperienze mentali" che non possono essere definite ossessioni, ad esempio:


  • le rimuginazioni, i rimpianti che seguono una perdita/un lutto
  • i pensieri, le immagini legati ad un'esperienza traumatica (per es. un incidente)
  • le "intrusioni" mentali che si hanno nell'astinenza (per es., quando si smette di fumare ed il pensiero va continuamente alla sigaretta)
  • le preoccupazioni per la salute in chi è ipocondriaco
  • le sensazioni, i pensieri che accompagnano il dolore cronico


Dobbiamo poi ricordare che non tutti i pensieri che sperimentiamo come intrusivi hanno una valenza negativa: consideriamo ad esempio l'esperienza dell'innamoramento, o di una gioia intensa.




Quelle che definiamo come ossessioni presentano quattro caratteristiche distintive:


  1. sono pensieri, impulsi oppure immagini che si presentano costantemente e che sono vissuti come inappropriati, e causano inoltre disagio ed ansia a livello importante;
  2. non consistono in semplici preoccupazioni inerenti la vita reale della persona;
  3. il soggetto tenta di ignorare o eliminare questi pensieri, impulsi ed immagini sostituendoli con altri pensieri e/o azioni;
  4. la persona è consapevole che questi elementi sono prodotti dalla propria mente, e non vengono "imposti" da una fonte esterna (così come sarebbero percepiti nell'esperienza delirante).

Nella maggior parte dei casi le ossessioni prendono la forma di immagini, spesso sgradevoli o violente, talvolta sacrileghe (dando in questo caso origine ad una serie di dubbi sulla propria moralità e sul proprio equilibrio psichico); altre volte non vi è in queste immagini qualche caratteristica particolare, ma esse risultano ugualmente disturbanti per il loro sopraggiungere improvviso ed indesiderato. Alcuni esempi fra i molti possibili:





  • pensieri e sensazioni di disgusto riguardanti lo sporco, come il pensiero di poter contrarre una malattia toccando oggetti toccati precedentemente da altri (accompagnati da comportamenti di evitamento e rituali di pulizia),
  • pensieri e dubbi di aver danneggiato qualcuno o qualcosa per distrazione o sbadataggine (per es., dubbio di aver investito qualcuno guidando),
  • pensieri e paure relativi a ciò che riguarda la morte (ad es., rifiuto di passare davanti ad un cimitero),
  • immagini ed impulsi che riguardano il fare del male a qualcuno (aggredendolo, ad es., o spingendolo sui binari del treno...),
  • ossessioni riguardanti l'ordine e la simmetria.
 

Bibliografia:
E.Sanavio (2014), Ossessioni. Bologna, il Mulino - Farsi un'idea